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Io, Freddie del Curatolo, oggi giriama onorario

Sarò portavoce di un'etnia in via d'estinzione, col nome di Mbogo

06-01-2011 di Freddie del Curatolo

Da oggi potete chiamarmi tranquillamente Mbogo Kimera e mi volterò per rispondervi, con un sorriso fiero. 
E' un grande onore per me essere diventato un giriama ed essere stato investito di questa "tribalità onoraria" durante una cerimonia ufficiale nel villaggio dell'associazione MADCA per il recupero e la conservazione della cultura e delle tradizioni dei Giriama.
Con la mia affiliazione al "clan" Amelulu, si chiude di fatto un percorso iniziato vent'anni fa a Tezo, dalle parti di Kilifi: il mio processo di "giriamizzazione".
In realtà ho sempre sospettato di essere un giriama, di appartenere ad una delle tribù meno considerate d’Africa, una delle più quiete e indolenti alla vista degli occidentali, ma anche una di quelle che non hanno svenduto le loro tradizioni ma piuttosto preferiscono convivere con esse quotidianamente e non farne un vanto da cartolina, come avviene ad esempio per i maasai, ai quali è piovuta addosso una popolarità con la quale da anni devono fare i conti. I giriama non hanno un aspetto da guerrieri, piuttosto sono dei contadini d’equatore, hanno zigomi scolpiti di grosso con il falcetto e corpi tozzi che solcano la terra meglio degli aratri. Credono negli antenati come io credevo in mio nonno, avevano una regina, Mepoho, ed erano le donne a governare i villaggi, fino a quando non si rese necessario guerreggiare con nemici che facevano valere la forza dei muscoli e delle lance. 
Quando arrivai per la prima volta in Kenya avevo vent’anni e, come dice il Poeta, m’innamoravo di tutto.
La Natura mi avvolgeva e coinvolgeva e della Natura non facevano parte solo i baobab, i frangipani, l’oceano indiano, le scimmie e i varani, ma anche la popolazione locale, che sapeva viverci in simbiosi, ancora ignara però che i "mzungu" la considerassero Paradiso.
Dopo una settimana in un villaggio giriama, dormendo su un inesistente materasso in una capanna di fango (ancora oggi sono convinto che gran parte dei dolori reumatici che ho sono stati causati da quella settimana), ho capito che anch’io ero molto portato per entrare nella stessa ottica di pensiero.
Cominciò il mio cammino verso l'africanizzazione. I primi ad accorgersi che ero un giriama, furono i miei capelli. I capelli, si sa, essendo più vicini alla materia cerebrale, sono privilegiati, capiscono prima le cose. Così iniziarono a crescere ancor più selvaggi e ispidi, più neri e resistenti.
Da allora sono passati altri vent’anni e di mezzo ci sono state tante storie, alcuni libri e mesi e mesi di studi sul popolo giriama e sulla vita tribale.
Nel frattempo sono tornato in Italia e ho dichiarato a tutti la mia africanità, nel 2005 ho fatto la mia scelta e due anni fa a Mombasa è nata mia figlia.
Oggi, finalmente, raccolgo il frutto di una grande passione per questa terra, per questa gente consapevole della propria storia più di quanto lo siano oggi milioni di italiani, fiera della loro ingenuità, preparata da sempre al peggio e così incerta sul domani da celebrare persino il giorno prima come passato remoto, vivendo il presente in maniera clamorosamente in sintonia con i nostri tempi sciagurati.
Ho usato troppe parole e troppi arzigogoli per un giriama.
Mi congedo dalla filosofia e dalle elucubrazioni.
Da oggi sono Mbogo Kimera del clan Amelulu.
Un giriama.

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